Il castello sulla collina

Ogni Forestiero che giunga in Torino venendo da sud, oltre a bestemmiare in cirillico se becca traffico sulla tangenziale che immette sulla rotonda Maroncelli, si imbatte nell’estrema propaggine della collina torinese, quella che i nostri antenati definivano forse un po’ troppo entusiasticamente la “montagna” di Torino, lambita dal Po che poco più in su si incontra al Sangone. Dando un’occhiata poco più su rispetto al corso del fiume si scorge un edificio imponente, massiccio, color mattone in contrasto al verde brillante della collina, appollaiato sulla costa a sentinella della zona. E’ questo uno dei simboli della città, che ti fa sapere di essere a Torino prima ancora di esserci, come Superga: è il Castello Reale di Moncalieri.

La storia del castello è lunga, e in parte ancora leggibile nella sua composizione strutturale. Originariamente costruzione difensiva della città di Moncalieri, città che nasce a seguito della distruzione di Testona ad opera dei Chieresi nel 1228, divenuta sabauda viene rifatta in castello intorno al 1460 per Iolanda di Valois, moglie del duca Amedeo IX che è divenuto beato evidentemente non per le sue abilità in campo politico, lasciando a lei il lavoro sporco. Il castello medievale sopravvive nelle torri cilindriche, che oggi movimentano la facciata principale, che definivano gli angoli del fortilizio. Rifatto per Cristina di Francia da Amedeo di Castellamonte intorno alla metà del Seicento, conserva tutt’oggi i lineamenti marziali castellamontiani, avendo superato indenne le fasi del barocco juvarriano e alfieriano.
Benché oggi il castello rimanga fuori dai canonici circuiti turistici torinesi, la storia di cui queste mure sono pregne è davvero rimarchevole. Il primo episodio degno di nota è quello riguardante la prigionia di Vittorio Amedeo II. Il vecchio re aveva abdicato nel 1730 in favore del figlio, Carlo Emanuele III, di cui però non aveva mai avuto particolare stima, né tantomeno affetto. Ci ripensò, e messi insieme alcuni fedelissimi tentò il golpe per riprendersi il potere, ma troppo tardi: Carlo Emanuele, probabilmente memore dell’atteggiamento paterno nei suoi confronti, lo fece imprigionare con l’accusa di alto tradimento prima al castello di Rivoli, e poi a Moncalieri, dove morì nel 1732 senza poter mai più rivedere il figlio.
Data la sua posizione dominante e le dimensioni, fu scelta da Vittorio Amedeo III per le villeggiature familiari che qui si protraevano dal 1 luglio al 15 dicembre, tutti gli anni. Nel 1785 vi morì sua moglie, Maria Antonia Ferdinanda di Borbone Spagna, madre dei suoi 12 figli; nel 1796 anche lui vi morì, dopo le penose vicende che avevano portato il Regno sull’orlo del crollo sotto i colpi dei francesi. Furono proprio i napoleonici a devastare la residenza tanto amata da questo re, installando nel castello un ospedale militare e saccheggiando gli appartamenti, smontando pezzo a pezzo la magnificenza di un castello che rivaleggiava con Venaria e Palazzo Reale. Fu Vittorio Emanuele I a ridargli importanza e splendore scegliendolo come prima residenza di Stato nel 1814, tornato dall’esilio napoleonico. Vi morirà dieci anni più tardi colpito anche lui dalla maledizione del castello, nel 1824, dopo aver abdicato tre anni prima a seguito dei moti rivoluzionari. Vittorio Emanuele II ci vide il posto ideale dove vivere, trasferendosi dal 1849 e commissionando il rifacimento degli appartamenti reali e del parco. Morta la moglie Maria Adelaide nel 1855 dopo l’ottavo parto, lui non vi farà più ritorno, nonostante qui si sia scritta una delle pagine memorabili del Risorgimento.
Le ultime due inquiline, madre e figlia, vi arrivarono anche loro sole e provate dalle vicissitudini della vita: Maria Clotilde, separata da Gerolamo Bonaparte che le era stato imposto per concludere gli accordi di Plombières, si ritirò qui in stato monastico dedicandosi alle opere di carità, guadagnandosi l’appellativo di Santa; Maria Letizia Bonaparte, sua figlia, finì qui senza soldi e senza casa dopo la morte di suo marito, Amedeo d’Aosta, fratello di sua madre. Morto nel 1918 di febbre spagnola anche l’unico figlio, Umberto conte di Salemi, trascorse il resto della sua vita nei ricordi della rivalità in stile e notorietà con Margherita, morendo lo stesso anno della regina, nel 1926, nella sua camera da letto, al piano terra del castello.

Letta in quest’ottica, la storia del castello rende il luogo ricco di un fascino melanconico che riecheggia nelle vie del centro storico medievale della cittadina che digrada fino alle rive del fiume.
Cosa rimane oggi di tutto questo? Non tutto, ma qualcosa c’è. Oggi i Forestieri devono fare i conti con la presenza del I Battaglione Piemonte dei Carabinieri, che hanno in uso il castello dalla fine degli anni ’40. Nel frattempo, le splendide sale di Vittorio Emanuele II e Maria Adelaide sono state colpite da un grave incendio nel 2008, rendendo così inaccessibile il torrione sud est. E’ possibile attualmente visitare le sale che furono usate in ultimo dalla principessa Maria Letizia, al piano terra della residenza, immergendosi così nel decadentismo di una donna e di una famiglia avviatisi ormai verso il tramonto.
Le visite si svolgono dal mercoledì alla domenica, dalle 10 alle 18, ogni ora: l’ultimo ingresso è alle 17. Visite guidate, durano circa 40 minuti. Il costo è di 5 euro per gli adulti, 3 euro fino a 18 anni, gratuito per i disabili. Non è valida la carta musei! Per ogni informazione, 366.599.28.61. Questo è il link alla pagina fb, più o meno sempre aggiornata. Dal 1 di luglio sarà poi anche possibile accedere al parco, per la prima volta visibile al pubblico: le visite qui si svolgeranno il sabato e la domenica. E se non ne avete abbastanza, il sabato mattina si può anche effettuare la visita al Real Collegio Carlo Alberto, una delle principali istituzioni della città e della Torino carloalbertina. Il castello è raggiungibile con il 67 direzione NEGRI (fermata Castello per farsi l’antico viale di accesso, o Caduti per la Libertà per farsi il centro storico) o il 45 (anche il 45B, ma questi sono SOLO feriali: fermata Stazione F.S.), da Mirafiori si può prendere il 39 che arriva direttamente in piazza Baden Baden, dove si trova la biglietteria del castello. Per i romantici, si può prendere il treno, direzione Cuneo o Savona. Se proprio volete venire in macchina, armatevi di tanta pazienza, e attendete fiduciosi l’Illuminazione.

Alfonso e Alessandro

La pigrizia è sempre in agguato, e io sono la preda ideale. Ci si aggiunge la sessione di esami, e non se ne esce più vivi!
Proprio per celebrare la buona riuscita dell’esame di ieri, propongo quest’oggi un’immagine di due monumenti che sono sotto gli occhi di tutti quando si gira per Torino, ma che forse non ricevono l’attenzione che invece meriterebbero. Eccoli qui.

Si nota una certa somiglianza? A parte il fatto che entrambi sono in bronzo, ok.. Si tratta in effetti di due fratelli, e non due a caso: sono i fratelli La Marmora. Due dei numerosissimi fratelli La Marmora anche loro impegnati per lo più a guerreggiare a destra e a manca, prima per Napoleone e poi per la causa piemontese.
Alessandro Ferrero della Marmora (quello sulla destra) era nato nel 1799 a Torino, e come i suoi fratelli, grazie alle capacità persuasive della madre contessa Raffaella Argentero di Bersezio nei confronti di Napoleone che diffidava di un casato fedelissimo dei Savoia, riuscì a far carriera nell’esercito francese. Restaurata la monarchia sarda con Vittorio Emanuele I nel 1814, proseguì a servire lo Stato divenendo protagonista della storia risorgimentale. Venne ferito sul ponte sul Mincio presso Goito durante la prima guerra d’Indipendenza al seguito di Carlo Alberto, l’8 aprile del 1848: un frammento della mascella fracassata e il relativo proiettile divennero reliquie custodite dalla famiglia a testimonianza e ricordo dell’abnegazione di Alessandro, che concluse la sua vita in Crimea, morto di colera nel 1855, partito per combattere la guerra che fu celebrata dalla storiografia e dalla politica come momento cruciale del decennio cavouriano.
Si spiega così la presenza del suo monumento (è del 1867) sulla via Cernaia, che ricorda nella toponomastica cittadina la battaglia combattuta dall’esercito sardo. Alessandro è ritratto nell’uniforme dei bersaglieri, il corpo che aveva contribuito a fondare nel 1836. Le sue spoglie, sepolte in Crimea con quelle del generale Gabrielli, furono rimpatriate solo nel 1911, anno dell’Esposizione Internazionale a Torino, del 50° dell’Unità e del 75° della fondazione del corpo dei Bersaglieri.
Alfonso La Marmora fu un personaggino un po’ più complesso, dato anche il rilievo politico che ebbe nei fatti più spinosi di quegli anni. Fino al 1848 la sua vita è pressoché identica a quella del fratello. Nel 1849 fu nominato ministro della Guerra nel gabinetto Gioberti, ed è in quell’anno che si rende protagonista del primo tra gli eventi non particolarmente felici che costellarono la sua carriera politico-militare: dopo la sconfitta subita da Carlo Alberto a Novara, che lo portò poi alla decisione dell’abdicazione, Genova colse l’occasione per esprimere le sue rimostranze nei confronti dei Savoia, “recenti” signori della ex gloriosa e secolare Repubblica. Alfonso, forte del suo ruolo, non fece storie: cannoneggiò la città finché tutti non rientrarono nei ranghi. Simili sistemi repressivi li utilizzò in qualità di prefetto di Napoli nel 1862 per contrastare il fenomeno del brigantaggio.
Il suo nome poi rimase legato, in quanto primo ministro, ai fatti seguiti alla convenzione del settembre 1864, che portava allo spostamento della capitale a Firenze, con conseguente rivolta nella Torino spodestata. In ultimo, la macchia più grave fu la clamorosa pessima figura fatta a Custoza nella guerra del 1866, quando l’esercito italiano, nella sua prima prova internazionale, fu sconfitto dagli austriaci. I prussiani, all’epoca alleati del Regno d’Italia, incolparono della disfatta Alfonso, ma gli italiani non furono da meno. Alfonso trascorse così gli ultimi anni di vita a difendersi con pubblicazioni di apologie che tuonavano contro i suoi detrattori per giustificare il proprio operato, ma soprattutto per condividere le colpe che, come è chiaro e ormai noto, non erano esclusivamente sue. Si spense nel 1878, quattro giorni prima di Vittorio Emanuele II.
Un monumento alla memoria di questo personaggio un po’ scomodo avrebbe trovato spazio in città solo con l’avvento della fase conciliatorista dell’epoca umbertina e della sinistra al governo, quando tutti i protagonisti di quegli anni vennero mondati dalle loro colpe e celebrati sull’altare del mito patriottico. Così anche Alfonso poté avere il suo monumento nel quartiere nuovo di zecca, Borgo Nuovo, che Torino si fece appositamente per ricordare tutti loro. Così ancora oggi Alfonso, “propugnatore insigne dell’Unità nazionale”, emerge tra le vie dedicate a Cavour, a Mazzini, ai Mille, e tutti gli altri.
Facciamo così allora: la prossima volta che passiamo sotto a uno dei due, alziamo un pochino lo sguardo, che qualcosa di interessante c’è sempre da vedere. Potremmo rimanerne Illuminati.

A volte riaprono

E’ proprio così. Succede che nel 2012 noi torinesi si abbia ancora qualche difficoltà nel capire come fare le cose per bene -parlo di turismo, s’intende. Certo negli ultimi anni ne abbiamo fatti di passi avanti, ma ancora molto è da fare.
Un posto di cui non abbiamo ancora capito bene che farcene è la Palazzina di caccia sita in un’amena frazione del comune di Nichelino. Vi si arriva tramite uno stradone posto ai limiti di Torino, chiuso scenograficamente dall’elegante casino che si erge in fronte a un parterre di broderie. Non è la Francia: benvenuti a Stupinigi.
La storia della residenza è piuttosto semplice. Negli anni in cui imperversa Vittorio Amedeo II, non dovendosi più preoccupare del suo acerrimo nemico, il Re Sole, il sovrano elevato da poco a re di Sardegna incarica il fido Juvar(r)a di progettare una “palazzina” per gli svaghi venatori; evidentemente Venaria non bastava più. Così dal 1729 iniziano i lavori per la realizzazione di una delle più eccezionali architetture reali piemontesi, nella frenesia di cantieri vittorioamedeiani che ebbe pari solo a quelli della reggenza di Cristina di Francia.
Come per Rivoli, anche qui ci si dà da fare con i principali artisti di quegli anni: Crosato, i fratelli Valeriani, Carlo Van Loo, e poi i Cignaroli, Wehrlin, i Rapous, Antoniani, Olivero, Milocco, tra i pittori; Piffetti, Prinotto, Bonzanigo, Galletti, tra gli ebanisti; Francesco Ladatte realizza il grandioso cervo posto sulla cupola che sovrasta il salone centrale, vero punto focale della costruzione da cui dipartono i bracci a croce di Sant’Andrea per gli appartamenti, e fuori le rotte che portavano alla riserva di caccia. Una delle più belle invenzioni di Juvarra.
A descriverla, un posto incredibile, degno dei più alti onori. E invece..

E invece è proprio il presente ad essere complicato e oscuro. La Palazzina, curata nella conservazione dalla Soprintendenza ai Beni storici, artistici ed etnantropologici, è di proprietà dell’Ordine Mauriziano, antico ordine cavalleresco fondato da Amedeo VIII nel XV secolo e ora assistenziale, che non naviga in buone acque. Chiusa per restauri, subì nel 2004 l’onta di un furto clamoroso di alcuni tra i mobili più pregiati, miracolosamente rinvenuti in un prato di Villastellone l’anno succesivo, alcuni danneggiati.
La Palazzina ha riaperto le porte nel novembre del 2011, salvo poi richiuderle il 9 aprile. Ora la versione ufficiale è questa: apertura SOLO il sabato e la domenica, con le stesse modalità di prima, e cioè visite SEMPRE guidate, durata circa 75 minuti, costo 12 euro, gratuito con la carta musei.
Qui tutte le info che non sto a trascrivere perché sono troppe!
http://www.piemonteitalia.eu/it/eventi/dettaglio/6/cultura-e-societa/1117/stupinigi-tempo-primo-tesori-ritrovati.html

L’incubo del lunedì

La pioggia rende tutto più lento, e io stesso mi impigrisco tra il lavoro e mille altri piccoli impegni, mentre i Forestieri si aggirano per Torino bisognosi di un’Illuminazione che tarda ad arrivare. Perciò, rieccoci!
A questo proposito, è proprio il caso di dire che il lunedì è un giorno pessimo per i Forestieri. Chi arriva in Torino magari il sabato e conta di farsi un weekend allungato fino al martedì, si ritrova a zonzo per il centro davanti a saracinesche desolatamente serrate.
Voglia di cultura? Ma i musei sono chiusi.
Un giro per negozi? Il lunedì mattina sono chiusi (tranne H&M in via Roma, che è miracolosamente sempre aperto).
Librerie: chiuse. Taglio nuovo? Figuriamoci! E lunedì mattina è chiusa pure la Biblioteca Civica Centrale! La sera non possiamo nemmeno andare a teatro perché..sono chiusi.
E’ l’incubo del lunedì. Per me che lavoro dal giovedì alla domenica e quindi il lunedì è il mio primo giorno di “weekend”, è un mezzo disastro.
Come rimediare?
Diciamo che il lunedì diviene un problema solo se lo vogliamo noi: in realtà ci sono un sacco di cose che potremmo fare senza mai fermarci, anzi senza nemmeno riuscire a farle tutte.
Cominciamo dai musei: è vero che la maggior parte dei musei di Torino sono chiusi il lunedì, ma l’offerta è così ampia che quasi non ce ne accorgiamo.
Per esempio, se ci spostiamo un po’ dal centro -non troppo- e ci dirigiamo verso il Valentino, avremo modo di impegnarci già una mattinata. Come? Intanto con questo:
www.museodellafrutta.it

Si tratta di un museo che raccoglie la curiosa collezione di un personaggio di nome Francesco Garnier Valletti, che verso la fine dell’Ottocento riprodusse artificialmente qualcosa come un migliaio di specie diverse di pomi, alcune delle quali ormai sparite perché estinte. A questo si aggiunge poi una parte interessantissima sulla nascita e lo sviluppo del quartiere San Salvario come spazio di innovazione scientifica. Museo piccolo e imperdibile. Così come questo:
www.museounito.it/anatomia
Nello stesso edificio del precedente, ma con ingresso dall’altra parte dell’isolato, è quest’altro museo testimone degli studi di anatomia nell’Università di Torino nell’Ottocento, con modelli anatomici e quant’altro. Carlo Giacomini, che fu tra i principali protagonisti nella realizzazione dell’Istituto per gli studi di Anatomia dove oggi è il museo, donò il proprio scheletro e il cervello al museo stesso.
Giacomini avversava le teorie di Lombroso che associava i comportamenti dell’uomo alla forma del cervello. Per fugare i nostri dubbi e farci un’idea chiara di come stanno le cose, ci viene incontro un altro museo, quello di Antropologia Criminale “C. Lombroso”.
www.museounito.it/lombroso/default.html
E dove lo troviamo questo museo? Esattamente dove già siete. L’ingresso è lo stesso del museo di Anatomia.
Tutti e tre questi musei sono aperti dal lunedì al sabato, con orario 10-18, e accettano tranquillamente la carta musei, per quanto i costi di ingresso siano irrisori, nell’ordine di 3 euro.
Fatta questa scorpacciata di scienza, potremmo a questo punto fare un salto al parco del Valentino: ci aspetta lì il Borgo Medievale –www.borgomedioevaletorino.it.
Attualmente è un po’ un casino perché è in corso un cantiere che, se il cielo vorrà, gli restituirà un po’ di decoro (non che ora non sia decoroso, tutt’altro! Ma un po’ di lifting non può che fargli bene). Solitamente confuso con il Castello del Valentino (che non c’entra nulla perché è questo), si tratta di un’allucinazione in salsa medievale realizzata in occasione dell’Esposizione del 1884: parti di castelli piemontesi e valdostani furono copiate e assemblate in un grandioso pastiche che voleva richiamare le origini feudali di casa Savoia negli anni della costruzione del mito risorgimentale. Ah, nostalgia canaglia..
Qui trovate tutti gli orari e i costi per la visita, anche se in realtà il borgo è accessibile sempre liberamente, mentre Rocca e giardino hanno un costo di ingresso.
Finita la visita qui, non ci resta, se è bel tempo, che farci una bella passeggiata fino a corso Vittorio Emanuele II, che ci è segnalato sull’angolo di corso Massimo d’Azeglio da un monumento a questi dedicato. Lungo la passeggiata incontreremo il citato Castello, faremo una passeggiata per il giardino roccioso, godendoci sul Po la vista del Monte dei Cappuccini..
Io vi ho impegnato la mattina, per il pomeriggio credo possiate fare da voi. Tra chiese, negozi e tutto il resto la scelta è ampia. Sperando che non fosse proprio oggi il giorno che avevate scelto per rifarvi i colpi di sole!

Leave the kids alone!

Oggi mi è capitato di uscire a fare un giro in centro (sì, a volte succede). Giornata gradevole, il sole, un po’ d’aria, le montagne in fondo alla strada. Un pranzo veloce da Defilippis, ultimo piano della Rinascente (www.pastificiodefilippis.com): mi piacciono un sacco i loro primi. Mi sono goduto i miei tortelli con vista su piazza CLN, in una calma del tutto irreale. Due passi a piedi su via Lagrange, attraversando piazza Carignano, un’occhiata alla vetrina della libreria Luxemburg, e sono di nuovo in piazza Castello: decido che il caffè me lo prendo alla caffetteria di Palazzo Reale, ricavata dall’antico ufficio di frutteria di Sua Maestà al piano terra -c’è un comodo accesso anche da piazza San Giovanni, dietro il campanile del duomo. Mi siedo e mi godo il mio caffè con la mia pastina, sfogliandomi in santa pace l’ultimo Vanity Fair. Ecco.

Perché tutto questo bisogno di quiete? Da cosa sto più o meno consapevolmente scappando, cercando rifugio nei luoghi che amo?
Si dà il caso che ci si trovi in un particolare periodo dell’anno in cui Torino, improvvisamente, si trasforma. No, non è la primavera appena iniziata, anche se in qualche modo c’entra. Dalla metà di marzo circa Torino diviene una città turistica, mèta di pellegrinaggi dei Forestieri ancora da Illuminare cui il blog è dedicato. Nulla di male in tutto questo, anzi! Non posso che gioirne.

Tuttavia..

Tuttavia, uno dei primi segnali, come la nausea per la gravidanza, del cambio della muta per la città è l’improvvisa comparsa di mandrie di ragazzini che transumano, senza una vera direzione o destinazione, per il centro.

(foto tratta da http://www.flickr.com/photos/jenelesaispas)

Per carità, io non ho nulla contro gli studenti delle scuole superiori. Nemmeno contro quelli delle medie o elementari, anzi: non posso che esser contento che vengano portati un po’ in giro ad allargare l’orizzonte delle quattro mura della scuola. Diciamo però che di solito cerco di tenermi alla larga, a meno che, chiaro, non si tratti di lavoro.
Uno dei pregi che ho scoperto nella vita universitaria è che, se non hai lezione, o non devi preparare un esame, e sei libero da qualunque impegno, puoi girare beatamente alle dieci del mattino per H&M in via Roma (un’attività a caso, s’intende) senza che un manipolo di sgraziate quindicenni intralci le scale mentre fruga tra le cianfrusaglie dell’ammezzato: compariranno solo dalle due, ora di chiusura delle scuole.

Quindi, per trarre le conclusioni, un consiglio per il Forestiero, anzi due:
– se ci si imbatte in uno di questi gruppi di adolescenti, puntare immediatamente nelle direzione opposta, con buona pace della scaletta che ci si era preparati per le visite della giornata
– continuare naturalmente a frequentare Torino nel meraviglioso tempo primaverile, ma non disdegnare anche i periodi giugno-agosto (chiusura estiva) e novembre-febbraio (letargo): i ragazzini se ne stanno a casa, e Torino è sempre incantevole.

Le Delizie della Corona

Quando si gira per Torino e piove, come in questi giorni, i Forestieri così come i torinesi possono simpaticamente usufruire dei chilometri di portici che si snodano lungo tutto il centro, da piazza Vittorio fino a Porta Susa, e risparmiarsi così noiose sessioni di docce forzate girando tra un museo e un caffè.
Che succede però se, oltre alla pioggia battente, ti becchi il capo di Stato in visita alla città per cui piazza Castello e l’intero centro vengono bloccati stile G8? E, come se non bastasse, la città fosse invasa da agguerriti no-TAV? La risposta è talmente naturale da sembrare banale: ovviamente stiamo a casa.
NO!
Il Forestiero è portato alla sfida, e più problemi gli si parano davanti, più si sentirà stimolato. Giusto? Bene.
Resta la domanda: che fare? Fortunatamente i Savoia, lungimiranti in questo, fornirono i dintorni della città di un sistema di residenze che tuttoggi sopravvive, ed è la salvezza di chi vuole scappare dalla città assediata.
La “Corona di delizie” è un circuito di residenze sorte nel corso del Sei-Settecento -alcune delle quali su edifici preesistenti- dove la corte poteva intrattenersi in attività ricreative di loisir quali la caccia, i giochi, le passeggiate nel verde. Tali sono:
– la reggia di Venaria Reale
– il castello di Rivoli
la palazzina di caccia di Stupinigi
il castello di Moncalieri
– il castello del Valentino
– la Villa della Regina

A queste si aggiungono, più esterne:
– il castello di Racconigi
– il castello di Agliè
– il castello di Govone
– la tenuta di Pollenzo
– il castello di Casotto

Ognuna diversa dalle altre, con storie particolari, vicende e vicissitudini che le hanno rese un unicum nel Vecchio Continente. Pian piano vedremo di parlare di ciascuna.
Non tutte sono visitabili, quindi prima di sbatterci per un’allegra scampagnata in quel di Pollenzo o arrampicarci su per le montagne alla ricerca di Casotto, vediamo di informarci per benino, magari anche attraverso il Forestiero Illuminato!
In ultimo, una doverosa menzione alle residenze che non ce l’hanno fatta ad arrivare fino a noi:
– il castello del Viboccone al Regio Parco, situato a nord est nella zona della confluenza della Dora nel Po, dove oggi sorgono il cimitero monumentale di Torino e la Manifattura Tabacchi, edificata al posto del castello per volere di re Carlo Emanuele III nel 1768 sui progetti dell’architetto Ferroggio
– il castello di Mirafiori, perso durante l’assedio di Torino del 1706, diede poi il nome all’attuale quartiere dell’estremo sud torinese, nonché a una delle fabbriche di un’azienda storica torinese molto importante (che non è la Lavazza, bravi).

Coffee? Yes please

Inzia il disgelo, e siamo già in primavera inoltrata. I ghiacci si ritirano e i turisti escono dal letargo, il sole splende sulla città sfatando così il mito che a Torino piova sempre (non scherziamo: quella è Milano. Noi al massimo abbiamo la nebbia padana e lo smog).
Da dove partire? Io direi dal caffè. Iniziare al mattino con una tazzina di (buon) caffè è la maniera migliore perché la giornata prenda subito una bella piega. “Mica siamo a Napoli!”: è vero, ma il caffè non è male e, come sempre in questa città, si possono avere delle sorprese. D’altra parte, Torino ha una tradizione piuttosto illustre di caffè e di Caffè nel centro storico, dove avremmo potuto incontrare Cavour o Avogadro da Fiorio, in via Po, o nella stessa via, al Vassallo, ora Nazionale, si davano appuntamento i fratelli d’Azeglio, Santorre di Santarosa e Carlo Alberto, al Caffè della Perla in Borgo Nuovo stava lunghe ore a leggere De Sanctis, e potremmo andare avanti le ore, ma il nostro caffè intanto si fredda. Quindi, dove andare?
Per ragioni più che altro sentimentali, il primo posto che mi viene in mente è questo:
Mulassano. Minuscolo e accoglientissimo caffè belle époque sito in piazza Castello sotto i portici lato via Po, vi troverete solo uomini a servirvi il caffè. Le paste sono stratosferiche. Per i più temerari (del portafogli) ci sono anche dei tavolini. I tramezzini hanno l’aria davvero invitante (non li ho mai provati), e l’aperitivo italiano è nato qui: loro ci mettevano il tramezzino, accanto si vendeva il Vermouth, prodotto dal signor Carpano che abitava in Palazzo Asinari in via Maria Vittoria (la foto è dal blog torino daily photo). Fatevi poi spiegare cos’è il quadrante in alto a sinistra – no, non è un orologio, quello è a destra.
Sempre per questioni di affetto (perché io al caffè ci voglio bene), in via Monte di Pietà – che è proprio vicino a piazza Castello, dietro via Pietro Micca – troverete la pasticceria Venier, che oltre a servire ottimi caffè produce anche delle paste assurdamente buone.
Lì vicino c’è poi il caffè Lavazza, in via San Tommaso, nella sede dove il signor Lavazza alla fine dell’Ottocento aveva la sua drogheria. Un must per Torino.
Una colazione più lunga? Al Caffè Convitto, in via San Francesco da Paola, dietro via Po, servono delle torte buonissime.
Gli altri li lascio scoprire a voi: Ghigo, al termine di via Po, il San Carlo nella piazza omonima, Platti in corso re Umberto, il bar Elena in piazza Vittorio, il Caffè Roma in piazza Carlo Felice.. Uno diverso al giorno e, a parte l’ulcera da caffè, ci si potrà ritenere alquanto soddisfatti!