Rondini e merle

C’è aria di novità, in tutti i sensi. E non parlo del mio zelo, considerata la data dell’ultimo post. Parlo della povera merla di questi ultimi giorni di gennaio, rimasta fregata dall’arrivo di una timida rondine che com’è noto però non ci porterà la primavera anticipata, per quanto ce lo voglia far credere.
Parlo anche però dei cambiamenti che stanno interessando (con la velocità di un bradipo in letargo, s’intende) alcune realtà museali di Torino e immediate vicinanze. Partiamo dalle cose negative: le chiusure. La più grave, a mio modesto parere, è quella della Reggia di Venaria Reale; due mesi di chiusura fino al 1 marzo. Evidentemente, il quinto sito museale più visitato d’Italia può permetterselo. Ogni anno così lascia insoddisfatti tutti quei Forestieri che vorrebbero completare la loro visita con la Reggia e si sentono invece dire che due mesi servono per il riallestimento: chissà, forse al museo egizio allora non hanno capito nulla.
L’altro convitato di pietra è Stupinigi. Dopo le aperture a singhiozzo dell’ultimo anno, si è deciso di chiudere a data da destinarsi. Le strategie di marketing turistico e culturale sabaude sono ineffabili ai più.
La notizia positiva è invece l’ingresso ufficiale della Galleria Sabauda all’interno del Polo Reale, il che significa che attualmente con un unico biglietto sarà possibile visitarla insieme al primo piano di Palazzo Reale che già comprende l’Armeria, un ulteriore passo verso l’unione di questi musei che sarà completa entro il 2014. Il tutto per la modica cifra di 10 euro, prezzo forse fin troppo politico, ma per ora va bene così.
Per chi vuole approfittarne, poi, ha riaperto lo scorso martedì anche il secondo piano di Palazzo, il cosiddetto Appartamento dei Principi di Piemonte, cioè dell’erede al trono del Regno di Sardegna e della consorte, che qui risiedevano prima di trasferirsi al primo piano. Le visite si svolgono in gruppo ad orari prestabiliti, il venerdì e il sabato guidati dai volontari.
Tutto questo in attesa delle novità che arriveranno a parte dalla primavera, merle a parte che fanno di questo inverno (culturale) il più cupo mai visto. Se poi è vero che una rondine non fa primavera, bisogna solo aver pazienza e attendere che la bella stagione prima o poi ritorni a Illuminarci.

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Il Palazzo Reale di Torino

Tra tutti i musei di Torino, il Palazzo Reale è certamente tra i più negletti dai Forestieri, ma anche curiosamente dagli stessi torinesi, non si capisce se più per pigrizia o per quella damnatio memoriae che, nonostante la sabaudian renaissance degli ultimi vent’anni, ancora avvolge come una cappa la città ma soprattutto il resto della penisola.
Di sicuro, non invoglia a varcare la soglia il complesso sistema di accesso che regola le visite ai diversi appartamenti. Ma, in fondo, il Forestiero Illuminato serve anche e soprattutto a questo, quindi vediamo di capirci.

Difficile non notarlo quando si arriva su piazza castello; eppure c’è ancora chi crede che sia lui, il castello della piazza, ignorando che il castello ce l’ha alle spalle, ed è quello che noi tutti chiamiamo Palazzo Madama (perché è così che si chiama).
Oggi noi definiamo Palazzo Reale l’edificio che si apre su piazzetta reale e limitato dai due torrioni, cui si aggiungono le altre tre maniche che chiudono il quadrato del cortile interno. In realtà, storicamente il Palazzo Reale comprendeva anche la manica oggi detta dell’Armeria Reale (dove si trova anche al piano terra la Biblioteca Reale), proseguendo lungo una sezione di galleria che lo metteva in comunicazione con Palazzo Madama, mentre un’altra galleria girava perpendicolare a questa e lì trovavano posto le Segreterie di Stato, il Teatro Regio, la Zecca, la Cavallerizza, fino ad arrivare a metà circa dell’attuale via Po; tornando in piazza castello, a sinistra del Palazzo si inserisce il Palazzo Chiablese, mentre sui resti del teatro romano sorgeva il cosiddetto Palazzo Vecchio, il primitivo Palazzo di San Giovanni scelto da Emanuele Filiberto come residenza una volta stabilita la capitale a Torino nel 1563. Al suo posto l’architetto Stramucci, alla fine dell’800, eresse la Manica Nuova, parallela a via XX settembre.
Era quindi un complesso che andava dalle Porte Palatine a via Verdi, abbracciando tutto il quadrante nord orientale della città, eretto in tempi e modi diversi, testimone di tutta la storia di Torino.
Ora, negli ultimi anni ha preso corpo l’idea di istituire un percorso museale interno al Palazzo che integri però anche i musei che attualmente fanno (e in futuro faranno) parte di questo complesso: Armeria, Biblioteca, Museo di Antichità e Galleria Sabauda, ricostituendo così in parte l’unità delle collezioni sabaude che Carlo Alberto aveva contribuito a rendere pubbliche. A questi dovrebbe aggiungersi anche il Palazzo Chiablese, ma non ci metterei la mano sul fuoco.
In tutto questo marasma di informazioni, i poveri Forestieri che varcano il portone di piazzetta reale, che possono fare?
Attualmente, i percorsi sono numerosi.
In tutti i giorni di apertura del Palazzo, si potrà visitare in santa pace con visita libera parte degli appartamenti reali del I piano, che comprendono, dalla primavera di quest’anno, anche l’Armeria Reale.
Dopo il giretto, si potrà decidere di visitare anche il II piano, appartamento dei Principi di Piemonte; in questo caso però le visite sono solo accompagnate, ad orario, e non di domenica. Se capitate a Palazzo nel weekend, potrete aggiungere a questi anche il percorso stagionale che prevede le cucine con l’appartamento del piano terra detto di Madama Felicita. E se non ne avete ancora basta, gratuitamente è possibile visitare la mostra “Arnaldo Pomodoro. Il teatro scolpito”. Insomma, ce n’è. E per i più intrepidi, accanto alla biglietteria di Palazzo ve n’è un’altra, quella che permette di visitare la Galleria Sabauda, che attende da anni la definitiva collocazione nella Manica Nuova: per ora, 95 pezzi sceltissimi (da chi?) fanno bella mostra di sé al piano terra della Manica, accesso da via XX settembre.
Ricapitolando:
– I piano Appartamenti reali + Armeria Reale mar-dom visite libere 8.30-18.20, costo 8 euro
– II piano Appartamento Principi di Piemonte mar-sab visite ogni ora 9.30-17.30 (durata 40′ circa), costo 6,50 – fino al 1 dicembre –
– cucine + Appartamento Madama Felicita ven-dom visite ogni mezz’ora 9.45-12.15 e 14.15-17.45 (durata 40′ circa), costo 6,50 – fino al 9 dicembre –
– mostra Arnaldo Pomodoro mar-dom 8.30-18.20, ingresso libero e gratuito – fino al 25 novembre.
Un consiglio: cercate di visitare TUTTO quello che potete, difficilmente troverete un altro museo di questo genere. Secondo consiglio: vi prego, VI PREGO, fate un salto alla Galleria Sabauda, che è desolatamente vuota ma ha così tanto da dire, nonostante l’abbiano fatta a pezzettini.
Finite le visite, fate poi una sosta alla caffetteria del Palazzo, ricavata dall’ex ufficio di frutteria, dove nelle originali credenze sono esposti alcuni simpatici oggetti dalle collezioni: una sosta qui può essere più Illuminante di tante parole.

Alfonso e Alessandro

La pigrizia è sempre in agguato, e io sono la preda ideale. Ci si aggiunge la sessione di esami, e non se ne esce più vivi!
Proprio per celebrare la buona riuscita dell’esame di ieri, propongo quest’oggi un’immagine di due monumenti che sono sotto gli occhi di tutti quando si gira per Torino, ma che forse non ricevono l’attenzione che invece meriterebbero. Eccoli qui.

Si nota una certa somiglianza? A parte il fatto che entrambi sono in bronzo, ok.. Si tratta in effetti di due fratelli, e non due a caso: sono i fratelli La Marmora. Due dei numerosissimi fratelli La Marmora anche loro impegnati per lo più a guerreggiare a destra e a manca, prima per Napoleone e poi per la causa piemontese.
Alessandro Ferrero della Marmora (quello sulla destra) era nato nel 1799 a Torino, e come i suoi fratelli, grazie alle capacità persuasive della madre contessa Raffaella Argentero di Bersezio nei confronti di Napoleone che diffidava di un casato fedelissimo dei Savoia, riuscì a far carriera nell’esercito francese. Restaurata la monarchia sarda con Vittorio Emanuele I nel 1814, proseguì a servire lo Stato divenendo protagonista della storia risorgimentale. Venne ferito sul ponte sul Mincio presso Goito durante la prima guerra d’Indipendenza al seguito di Carlo Alberto, l’8 aprile del 1848: un frammento della mascella fracassata e il relativo proiettile divennero reliquie custodite dalla famiglia a testimonianza e ricordo dell’abnegazione di Alessandro, che concluse la sua vita in Crimea, morto di colera nel 1855, partito per combattere la guerra che fu celebrata dalla storiografia e dalla politica come momento cruciale del decennio cavouriano.
Si spiega così la presenza del suo monumento (è del 1867) sulla via Cernaia, che ricorda nella toponomastica cittadina la battaglia combattuta dall’esercito sardo. Alessandro è ritratto nell’uniforme dei bersaglieri, il corpo che aveva contribuito a fondare nel 1836. Le sue spoglie, sepolte in Crimea con quelle del generale Gabrielli, furono rimpatriate solo nel 1911, anno dell’Esposizione Internazionale a Torino, del 50° dell’Unità e del 75° della fondazione del corpo dei Bersaglieri.
Alfonso La Marmora fu un personaggino un po’ più complesso, dato anche il rilievo politico che ebbe nei fatti più spinosi di quegli anni. Fino al 1848 la sua vita è pressoché identica a quella del fratello. Nel 1849 fu nominato ministro della Guerra nel gabinetto Gioberti, ed è in quell’anno che si rende protagonista del primo tra gli eventi non particolarmente felici che costellarono la sua carriera politico-militare: dopo la sconfitta subita da Carlo Alberto a Novara, che lo portò poi alla decisione dell’abdicazione, Genova colse l’occasione per esprimere le sue rimostranze nei confronti dei Savoia, “recenti” signori della ex gloriosa e secolare Repubblica. Alfonso, forte del suo ruolo, non fece storie: cannoneggiò la città finché tutti non rientrarono nei ranghi. Simili sistemi repressivi li utilizzò in qualità di prefetto di Napoli nel 1862 per contrastare il fenomeno del brigantaggio.
Il suo nome poi rimase legato, in quanto primo ministro, ai fatti seguiti alla convenzione del settembre 1864, che portava allo spostamento della capitale a Firenze, con conseguente rivolta nella Torino spodestata. In ultimo, la macchia più grave fu la clamorosa pessima figura fatta a Custoza nella guerra del 1866, quando l’esercito italiano, nella sua prima prova internazionale, fu sconfitto dagli austriaci. I prussiani, all’epoca alleati del Regno d’Italia, incolparono della disfatta Alfonso, ma gli italiani non furono da meno. Alfonso trascorse così gli ultimi anni di vita a difendersi con pubblicazioni di apologie che tuonavano contro i suoi detrattori per giustificare il proprio operato, ma soprattutto per condividere le colpe che, come è chiaro e ormai noto, non erano esclusivamente sue. Si spense nel 1878, quattro giorni prima di Vittorio Emanuele II.
Un monumento alla memoria di questo personaggio un po’ scomodo avrebbe trovato spazio in città solo con l’avvento della fase conciliatorista dell’epoca umbertina e della sinistra al governo, quando tutti i protagonisti di quegli anni vennero mondati dalle loro colpe e celebrati sull’altare del mito patriottico. Così anche Alfonso poté avere il suo monumento nel quartiere nuovo di zecca, Borgo Nuovo, che Torino si fece appositamente per ricordare tutti loro. Così ancora oggi Alfonso, “propugnatore insigne dell’Unità nazionale”, emerge tra le vie dedicate a Cavour, a Mazzini, ai Mille, e tutti gli altri.
Facciamo così allora: la prossima volta che passiamo sotto a uno dei due, alziamo un pochino lo sguardo, che qualcosa di interessante c’è sempre da vedere. Potremmo rimanerne Illuminati.

Avanti Savoia!

E’ possibile che qualcuno dei forestieri in visita a Torino non abbia mai sentito parlare dei Savoia. E’ possibile? Assolutamente no. Se è il vostro caso, la vedo più dura del previsto, ma tant’è..le sfide ci piacciono.
Un breve riepilogo? Eccolo:
– Umberto “Biancamano” conte di Moriana (capostipite dei Savoia, siamo intorno al 1000), suo figlio Oddone, grazie al matrimonio con Adelaide di Susa, prende possesso del Piemonte; problemi con la Francia; guerre;
– nel 1416 Amedeo VIII diviene duca di Savoia, qualche anno più tardi diventa papa (Felice V, antipapa), qualche anno più tardi suo figlio entra in possesso della Sindone; problemi con la Francia; guerre;
– dopo la guerra francospagnola Emanuele Filiberto elegge Torino capitale dello Stato, siamo nel 1563; guerre;
– nel 1706 Torino viene assediata dai francesi del Re sole durante la guerra di successione spagnola; Vittorio Amedeo II (piemontesi) col cugino Eugenio (austriaci) stravincono contro i galli; ancora guerre;
– nel 1861 (sì, siamo già qui) si fa l’Italia o si muore; fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani (siamo ancora in attesa dell’una e degli altri); guerre (mondiali); esilio nel 1946;
– Emanuele Filiberto a Ballando con le stelle, Sanremo, trasmissioni varie e reality shows.

E’ questo tutto ciò che dobbiamo sapere sui Savoia? Certo che no, ma può essere un inizio. Come può essere un inizio sapere che la parola “sabaudo” non è altro che l’aggettivo per “Savoia” (per tutti coloro che è capitato mi chiedessero perplessi cosa fosse quella parola che utilizzavo tanto di frequente durante le visite: sapevatelo!).
Nel caso in cui queste info non vi bastassero, le pubblicazioni sui Savoia non mancano. Diciamo che “I Savoia” di G. Oliva può essere grazioso, sennò i libri di F. Cognasso, “il principe degli storici” piemontesi, o ancora meglio quelli di Maria Josè del Belgio, che per sua sfortuna si trovò ad essere l’ultima regina d’Italia (lo trovate per esempio qui). Un altro, uscito nel 2007, si intitola I Savoia (no!!!!), ed è a cura di Walter Barberis con i contributi di cultori della materia, abbastanza interessante e nemmeno troppo astruso per chi magari comincia da zero.

Questo è il riassunto, man mano vedremo di aggiungere particolari..