Alfonso e Alessandro

La pigrizia è sempre in agguato, e io sono la preda ideale. Ci si aggiunge la sessione di esami, e non se ne esce più vivi!
Proprio per celebrare la buona riuscita dell’esame di ieri, propongo quest’oggi un’immagine di due monumenti che sono sotto gli occhi di tutti quando si gira per Torino, ma che forse non ricevono l’attenzione che invece meriterebbero. Eccoli qui.

Si nota una certa somiglianza? A parte il fatto che entrambi sono in bronzo, ok.. Si tratta in effetti di due fratelli, e non due a caso: sono i fratelli La Marmora. Due dei numerosissimi fratelli La Marmora anche loro impegnati per lo più a guerreggiare a destra e a manca, prima per Napoleone e poi per la causa piemontese.
Alessandro Ferrero della Marmora (quello sulla destra) era nato nel 1799 a Torino, e come i suoi fratelli, grazie alle capacità persuasive della madre contessa Raffaella Argentero di Bersezio nei confronti di Napoleone che diffidava di un casato fedelissimo dei Savoia, riuscì a far carriera nell’esercito francese. Restaurata la monarchia sarda con Vittorio Emanuele I nel 1814, proseguì a servire lo Stato divenendo protagonista della storia risorgimentale. Venne ferito sul ponte sul Mincio presso Goito durante la prima guerra d’Indipendenza al seguito di Carlo Alberto, l’8 aprile del 1848: un frammento della mascella fracassata e il relativo proiettile divennero reliquie custodite dalla famiglia a testimonianza e ricordo dell’abnegazione di Alessandro, che concluse la sua vita in Crimea, morto di colera nel 1855, partito per combattere la guerra che fu celebrata dalla storiografia e dalla politica come momento cruciale del decennio cavouriano.
Si spiega così la presenza del suo monumento (è del 1867) sulla via Cernaia, che ricorda nella toponomastica cittadina la battaglia combattuta dall’esercito sardo. Alessandro è ritratto nell’uniforme dei bersaglieri, il corpo che aveva contribuito a fondare nel 1836. Le sue spoglie, sepolte in Crimea con quelle del generale Gabrielli, furono rimpatriate solo nel 1911, anno dell’Esposizione Internazionale a Torino, del 50° dell’Unità e del 75° della fondazione del corpo dei Bersaglieri.
Alfonso La Marmora fu un personaggino un po’ più complesso, dato anche il rilievo politico che ebbe nei fatti più spinosi di quegli anni. Fino al 1848 la sua vita è pressoché identica a quella del fratello. Nel 1849 fu nominato ministro della Guerra nel gabinetto Gioberti, ed è in quell’anno che si rende protagonista del primo tra gli eventi non particolarmente felici che costellarono la sua carriera politico-militare: dopo la sconfitta subita da Carlo Alberto a Novara, che lo portò poi alla decisione dell’abdicazione, Genova colse l’occasione per esprimere le sue rimostranze nei confronti dei Savoia, “recenti” signori della ex gloriosa e secolare Repubblica. Alfonso, forte del suo ruolo, non fece storie: cannoneggiò la città finché tutti non rientrarono nei ranghi. Simili sistemi repressivi li utilizzò in qualità di prefetto di Napoli nel 1862 per contrastare il fenomeno del brigantaggio.
Il suo nome poi rimase legato, in quanto primo ministro, ai fatti seguiti alla convenzione del settembre 1864, che portava allo spostamento della capitale a Firenze, con conseguente rivolta nella Torino spodestata. In ultimo, la macchia più grave fu la clamorosa pessima figura fatta a Custoza nella guerra del 1866, quando l’esercito italiano, nella sua prima prova internazionale, fu sconfitto dagli austriaci. I prussiani, all’epoca alleati del Regno d’Italia, incolparono della disfatta Alfonso, ma gli italiani non furono da meno. Alfonso trascorse così gli ultimi anni di vita a difendersi con pubblicazioni di apologie che tuonavano contro i suoi detrattori per giustificare il proprio operato, ma soprattutto per condividere le colpe che, come è chiaro e ormai noto, non erano esclusivamente sue. Si spense nel 1878, quattro giorni prima di Vittorio Emanuele II.
Un monumento alla memoria di questo personaggio un po’ scomodo avrebbe trovato spazio in città solo con l’avvento della fase conciliatorista dell’epoca umbertina e della sinistra al governo, quando tutti i protagonisti di quegli anni vennero mondati dalle loro colpe e celebrati sull’altare del mito patriottico. Così anche Alfonso poté avere il suo monumento nel quartiere nuovo di zecca, Borgo Nuovo, che Torino si fece appositamente per ricordare tutti loro. Così ancora oggi Alfonso, “propugnatore insigne dell’Unità nazionale”, emerge tra le vie dedicate a Cavour, a Mazzini, ai Mille, e tutti gli altri.
Facciamo così allora: la prossima volta che passiamo sotto a uno dei due, alziamo un pochino lo sguardo, che qualcosa di interessante c’è sempre da vedere. Potremmo rimanerne Illuminati.