Un punto e mezzo di storia torinese

Le giornate di pioggia rappresentano di certo uno degli spauracchi più temuti dal Forestiero che, in queste giornate di ponti, si aspetterebbe di poter godere del mite clima primaverile per poter portare a termine la sua missione di turista girovagando per le strade di Torino, ed invece si trova costretto dalle intemperie a cercar rifugio dove capita, tra portici e caffè, magari scaldandosi con un marocchino o una cioccolata.
Non induca però la pioggia allo sconforto lo sventurato Forestiero. Se proprio il diluvio ci fa passare la voglia di metterci sulla strada, si può provare con un viaggio, diciamo, alternativo, alla scoperta di fatti, luoghi e persone della Torino di un tempo.
La prima tappa del nostro viaggio parte dal centro della città, in piazza Castello, e precisamente al numero 18, all’angolo con via Viotti, dove una targa che passa spesso inosservata ricorda che in quella casa Antonio Benedetto Carpano “creò il suo Vermuth”. Carpano, vercellese, cultore di agronomia e scienze naturali, ideò nel 1786 una mistura a base di moscato bianco di Canelli, alcool, zucchero raffinato e varie erbe aromatiche tra cui l’assenzio (chiamato in tedesco Wermuth).
Il prodotto fu commerciato nella bottega che aveva sede sulla piazza sotto la protezione di Vittorio Amedeo III e della famiglia reale, che rimase sempre legata alla ditta Carpano, come dimostra il gradimento di Vittorio Emanuele II per il Punt e mes, una particolare variante prodotta dai Carpano dal 1870 unendo al Vermouth un “mezzo punto” di China, divenendo l’aperitivo torinese per eccellenza. Poco più in là, restando sotto i portici, fu il caffè Mulassano a consacrare questa tradizione tutta torinese dell’aperitivo con la creazione, nel 1925, dei sandwich all’italiana, che la tradizione dice battezzati “tramezzini” da Gabriele D’Annunzio in persona.
Intanto il negozio dei Carpano in piazza Castello era divenuto ormai un punto di riferimento per la città: Cavour, d’Azeglio, Brofferio, Rattazzi, Giacosa, Boito, Verdi furono solo alcuni dei frequentatori del locale, rimasto aperto fino al 1916.
Come prosegue la storia dei Carpano? Dopo Antonio Benedetto, le sorti della ditta familiare saranno rette dal nipote Giuseppe Bernardino e poi dai figli di questo, Luigi e Ottavio, che vorranno costruire lo stabilimento in via Nizza 224. Distrutto dai bombardamenti del 1943, fu ricostruito divenendo il cuore della produzione industriale Carpano fino al 1982, anno in cui la ditta fu acquistata dalla milanese Branca che ne spostò la produzione a Milano. Lo stabilimento in Barriera di Nizza ha ritrovato oggi nuova vita nel restauro che ha permesso dal 2007 l’insediamento all’interno della struttura di Eataly.
Nel frattempo, la sede di rappresentanza fu stabilita nel 1946 in palazzo Asinari di San Marzano, in via Maria Vittoria 4. E’ così siamo ritornati nel centro cittadino, davanti ad uno dei palazzi nobiliari che mostra gelosamente forse il più bell’atrio di Torino, opera in stile guariniano dell’architetto Michelangelo Garove risalente al 1684 (foto dal sito infotour.ro).

A quel punto però la Carpano non è più società di famiglia. Dopo la morte di Ottavio, la vedova Matilde Govone Carpano aveva venduto nel 1939 l’azienda all’industriale torinese Silvio Turati. Da lui ai figli Attilio e Franca, infine la vedova di Attilio, contessa Romilda Bollati di Saint Pierre, che nel 1982 cedette l’azienda alla Branca restandone presidente (qualche anno dopo, la contessa legò il suo nome a quello dell’editrice Boringhieri).
Torniamo a Matilde Carpano per proseguire il nostro viaggio. Capita spesso che industria e filantropia si intreccino, in particolare qui a Torino, dove vi fu da sempre grande tradizione dell’una e dell’altra. Fu così che Matilde si trovò a presiedere, negli anni ’20, la “Casa per piccolissimi privi dell’assistenza materna”, un istituto che aveva sede in una cascina di via Issiglio, borgo San Paolo. L’istituto era nato per accogliere bambini dai 3 ai 5 anni e donne bisognose dopo che una suora torinese, nel 1917, si era rivolta direttamente alla famiglia reale, rappresentata in quegli anni dall’unica esponenete presente a Torino: la principessa Maria Letizia Bonaparte, che risiedeva tra il Palazzo Reale e il castello di Moncalieri. Da lei, la fondazione che dal 2003 ha ereditato l’attività dell’istituto prende il nome di Principessa Laetitia.

Piazza Castello, via Maria Vittoria, via Nizza, San Paolo, il castello di Moncalieri, tutto in compagnia di un bicchiere di Vermouth e di un tramezzino, passando due secoli di storia torinese, tra la famiglia reale, industriali, commercianti, bisognosi.
L’Illuminazione si scopre così, da sé, vagando anche solo con la mente nella storia della città. Malgrado la pioggia.

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