La città dei miracoli

Torino è davvero la città dei miracoli.
Lo è per esempio quando si cerca parcheggio: hai voglia accendere ceri, ma qualche volta il miracolo avviene, et voilà, una via crucis e un rosario e il posto salta fuori. Un altro miracolo è riuscire a vedere piazza Castello sgombra: tra una sagra della porchetta e un concerta di Emma Marrone (who?) capita il miracolo di avere la piazza libera. Un altro? Se riusciamo ad ottenere il livello “appena sopra i miasmi delle zolfatare” della nostra aria, credetemi, il miracolo c’è stato eccome.
Ci sono poi altri tipi di miracoli, un po’ più canonici. Sfortunatamente non è ancora capitato di avvistare il profilo di Padre Pio su un hamburger del Mc né che un toret si sia messo a lacrimare salsa di soia, ma qualcosa è successo anche da queste parti: non per nulla Torino viene ricordata quale “la città del miracolo”.
Che miracolo? No, non c’entra la Sindone (troppo facile). E non c’entra nulla nemmeno il “miracolo” economico. Protagonisti di questo miracolo sono degli avidi francesi, un mulo assennato, uno zelante vescovo, i torinesi. L’azione si svolge in due tempi, fra Exilles e Torino. Capitò che dei soldati francesi saccheggiarono la cappella del forte di Exilles, in Val di Susa, compresa la pisside, conservata nel tabernacolo, contenente le ostie consacrate. I ladruncoli scesero così verso Torino, entrando da ovest dall’antica Porta Susina. Passarono quindi attraverso la piazza delle erbe, così detta all’epoca per il mercato che vi si svolgeva, nel sito dell’antico foro romano. Non andarono mai oltre la piazza: qui il mulo si piantò e non ne volle più sapere di proseguire la marcia, cosicché, nel tentativo di tirarlo, si rovesciarono le bisacce contenenti la refurtiva, compresa la pisside, che si rovesciò lasciando uscire il contenuto. L’ostia consacrata però non toccò terra, perché, come uscì, si librò a mezz’aria, luminosa, e non ci fu verso di tirarla giù. Naturalmente l’evento non passò inosservato: in breve tempo si raccolse davanti alla chiesetta di San Silvestro, dove era capitato il fatto, una folla di curiosi; accorse anche il vescovo di Torino Ludovico Romagnano, che pregando insieme ai torinesi riuscì a far ridiscendere l’ostia nella pisside.
Tutto questo succedeva il 6 giugno 1453.
Ci vollero però 150 anni prima che la memoria del miracolo trovasse un suo spazio dedicato. Avvenne nei primissimi anni del ‘600, per assolvere a un voto della cittadinanza a seguito della peste che aveva colpito la città qualche anno prima. Fu incaricato del progetto l’architetto Ascanio Vitozzi, già impegnato nella riplasmazione di piazza Castello e del Palazzo Ducale (oggi Reale). Il risultato è un piccolo capolavoro: una chiesa incastrata in uno degli angoli più antichi di Torino, magistrale esempio del barocco che ormai imperversava in lungo e in largo anche da queste parti.

L’altare del 1664, in splendido marmo nero di Frabosa (lo stesso marmo che c’era nella Cappella della Sindone) è opera dell’architetto Lanfranchi, della cui opera si avvalse anche Vittorio Amedeo II all’inizio del suo ducato per la costruzione della manica est di Palazzo Reale. Una lapide sul pavimento indica il punto del miracolo, mentre su un altare è presente Giuseppe Cottolengo, che fu prete del Corpus Domini e che nei suoi pressi iniziò la sua attività assistenziale.
Il Forestiero che si trovi a passare da queste parti abbandoni per un attimo la fretta e si goda questo angolo di Torino, non potrà che rimanerne affascinato. Sollevando il naso dalla cartina, scorgerà inserito nell’angolo di un edificio un enorme piercing che “macchia” di sangue rosso e blu le pareti. Se riuscirete a capirne il significato, anche questo consideratelo un piccolo miracolo. O, se preferite, un’Illuminazione.

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One thought on “La città dei miracoli

  1. ecco qui la spiegazione…
    http://www.comune.torino.it/papum/user.php?context=opere&submitAction=dettaglio&ID_opera=M097
    tra l’altro, anni fa, uno dei cliostraat mi spiegava che, per l’appunto, si trattò di un’esposizione temporanea, quella che si cita nell’articolo che linko,
    pare però che l’opera piacesse a quelli che decidevano
    sicchè si decise di tenerla.
    allo stesso modo della sacrestia in legno del duomo, fatta anni fa “temporaneamente”
    per la visita del papa (quell’altro, non questo). la sacrestia piacque, e ogni anno siam qui a ridipingerla e risistemarla, che poveretta così com’è è fatta per durare poco.
    🙂

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