Torino “enluminée”

Torino, si sa, non si rivela immediatamente. Non lo fa con i torinesi, figuriamoci con i Forestieri. Capita così che, il più delle volte, i tesori della città vadano cercati e scoperti. Succede, per esempio, quando si butta un occhio nei cortili oltre i portoni di qualche palazzo del centro. Succede quando, girando da una strada all’altra, la cortina di edifici lascia spazio al panorama del fiume, o delle montagne. Sarà forse il pudore, più che la diffidenza di cui troppo spesso veniamo tacciati, che ci spinge a nascondere il meglio di noi, in attesa che qualcuno venga a scoprirlo.
Tra i posti dove questa caratteristica diviene regola, certamente la Biblioteca Reale occupa un posto di rilievo.
Istituita da re Carlo Alberto, si trova al piano terra della manica di levante di Palazzo Reale, con ingresso sotto i portici di piazza Castello, proprio accanto alla cancellata del palazzo. Pur avendone già parlato, vale la pena ritornarci su.
Quando il Forestiero entra nella biblioteca, si ritrova subito in un mondo a parte. Lasciato alle spalle il caos della piazza, la grande aula disegnata da Pelagio Palagi lo accoglie rivelando parte delle sue straordinarie collezioni di disegni, stampe, volumi ed oggetti appartenuti alla famiglia reale.
Tuttavia, ciò per cui è famosa la Biblioteca Reale di Torino è proprio ciò che non si vede: in particolare, mi riferisco al celebre autoritratto di Leonardo ed il suo Codice sul volo degli uccelli. Oltre a questi, si conservano qui disegni di Botticelli, di Perugino, di Zuccari, di Tiepolo, dei Carracci, di Rembrandt, di Van Dyck, di Duerer, di Poussin, cui si aggiungono, tra gli altri, i ricchissimi codici miniati quattrocenteschi.
Questi capolavori, rarissimamente esposti al pubblico, sono custoditi dal 1998 all’interno della biblioteca stessa, in un caveau costruito appositamente per proteggere questi preziosi e delicati lasciti. Per queste ragioni, quando si presenta l’occasione di poter scoprire più da vicino le collezioni del caveau, è un obbligo quasi morale approfittarne. I Forestieri e i torinesi potranno farlo a partire da questa sera, quando dalle 18 sarà possibile vedere con i propri occhi uno degli oggetti più preziosi della Biblioteca.
Si tratta del cosiddetto Leggendario Sforza Savoia, codice miniato risalente al 1476 e realizzato per il duca di Milano Galeazzo Maria Sforza – che proprio in quell’anno avrebbe trovato la morte, pugnalato il 26 dicembre sul sagrato della basilica di Santo Stefano a Milano – e la moglie Bona di Savoia.
Giunto nella Biblioteca nel 1841 dopo vari passaggi, è considerato uno dei capolavori della miniatura italiana del tempo.
Da domani e fino al 21 giugno sarà possibile scoprire il codice attraverso la riproduzione in fac simile, anche digitale, realizzata da Franco Cosimo Panini, per permettere al grande pubblico di penetrare i segreti di un’opera davvero mirabile.

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Questa sera, per inaugurare il tutto, sarà esposto l’originale, a partire dalle 18, con la solita conferenza stampa di incensamento delle varie autorità preposte. Stupisce in effetti che ad una mostra del genere siano concessi solo otto giorni, mentre altre esposizioni più o meno discutibili restino per mesi ad occupare spazio – oltre che suolo pubblico.
Proprio perché breve ed eccezionale, il Forestiero come il torinese deve andare alla Biblioteca, per scoprire un pezzettino di quella Torino che, nonostante i suoi sforzi, tende sempre a rivelare se stessa per ciò che è: una continua Illuminazione.

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Un punto e mezzo di storia torinese

Le giornate di pioggia rappresentano di certo uno degli spauracchi più temuti dal Forestiero che, in queste giornate di ponti, si aspetterebbe di poter godere del mite clima primaverile per poter portare a termine la sua missione di turista girovagando per le strade di Torino, ed invece si trova costretto dalle intemperie a cercar rifugio dove capita, tra portici e caffè, magari scaldandosi con un marocchino o una cioccolata.
Non induca però la pioggia allo sconforto lo sventurato Forestiero. Se proprio il diluvio ci fa passare la voglia di metterci sulla strada, si può provare con un viaggio, diciamo, alternativo, alla scoperta di fatti, luoghi e persone della Torino di un tempo.
La prima tappa del nostro viaggio parte dal centro della città, in piazza Castello, e precisamente al numero 18, all’angolo con via Viotti, dove una targa che passa spesso inosservata ricorda che in quella casa Antonio Benedetto Carpano “creò il suo Vermuth”. Carpano, vercellese, cultore di agronomia e scienze naturali, ideò nel 1786 una mistura a base di moscato bianco di Canelli, alcool, zucchero raffinato e varie erbe aromatiche tra cui l’assenzio (chiamato in tedesco Wermuth).
Il prodotto fu commerciato nella bottega che aveva sede sulla piazza sotto la protezione di Vittorio Amedeo III e della famiglia reale, che rimase sempre legata alla ditta Carpano, come dimostra il gradimento di Vittorio Emanuele II per il Punt e mes, una particolare variante prodotta dai Carpano dal 1870 unendo al Vermouth un “mezzo punto” di China, divenendo l’aperitivo torinese per eccellenza. Poco più in là, restando sotto i portici, fu il caffè Mulassano a consacrare questa tradizione tutta torinese dell’aperitivo con la creazione, nel 1925, dei sandwich all’italiana, che la tradizione dice battezzati “tramezzini” da Gabriele D’Annunzio in persona.
Intanto il negozio dei Carpano in piazza Castello era divenuto ormai un punto di riferimento per la città: Cavour, d’Azeglio, Brofferio, Rattazzi, Giacosa, Boito, Verdi furono solo alcuni dei frequentatori del locale, rimasto aperto fino al 1916.
Come prosegue la storia dei Carpano? Dopo Antonio Benedetto, le sorti della ditta familiare saranno rette dal nipote Giuseppe Bernardino e poi dai figli di questo, Luigi e Ottavio, che vorranno costruire lo stabilimento in via Nizza 224. Distrutto dai bombardamenti del 1943, fu ricostruito divenendo il cuore della produzione industriale Carpano fino al 1982, anno in cui la ditta fu acquistata dalla milanese Branca che ne spostò la produzione a Milano. Lo stabilimento in Barriera di Nizza ha ritrovato oggi nuova vita nel restauro che ha permesso dal 2007 l’insediamento all’interno della struttura di Eataly.
Nel frattempo, la sede di rappresentanza fu stabilita nel 1946 in palazzo Asinari di San Marzano, in via Maria Vittoria 4. E’ così siamo ritornati nel centro cittadino, davanti ad uno dei palazzi nobiliari che mostra gelosamente forse il più bell’atrio di Torino, opera in stile guariniano dell’architetto Michelangelo Garove risalente al 1684 (foto dal sito infotour.ro).

A quel punto però la Carpano non è più società di famiglia. Dopo la morte di Ottavio, la vedova Matilde Govone Carpano aveva venduto nel 1939 l’azienda all’industriale torinese Silvio Turati. Da lui ai figli Attilio e Franca, infine la vedova di Attilio, contessa Romilda Bollati di Saint Pierre, che nel 1982 cedette l’azienda alla Branca restandone presidente (qualche anno dopo, la contessa legò il suo nome a quello dell’editrice Boringhieri).
Torniamo a Matilde Carpano per proseguire il nostro viaggio. Capita spesso che industria e filantropia si intreccino, in particolare qui a Torino, dove vi fu da sempre grande tradizione dell’una e dell’altra. Fu così che Matilde si trovò a presiedere, negli anni ’20, la “Casa per piccolissimi privi dell’assistenza materna”, un istituto che aveva sede in una cascina di via Issiglio, borgo San Paolo. L’istituto era nato per accogliere bambini dai 3 ai 5 anni e donne bisognose dopo che una suora torinese, nel 1917, si era rivolta direttamente alla famiglia reale, rappresentata in quegli anni dall’unica esponenete presente a Torino: la principessa Maria Letizia Bonaparte, che risiedeva tra il Palazzo Reale e il castello di Moncalieri. Da lei, la fondazione che dal 2003 ha ereditato l’attività dell’istituto prende il nome di Principessa Laetitia.

Piazza Castello, via Maria Vittoria, via Nizza, San Paolo, il castello di Moncalieri, tutto in compagnia di un bicchiere di Vermouth e di un tramezzino, passando due secoli di storia torinese, tra la famiglia reale, industriali, commercianti, bisognosi.
L’Illuminazione si scopre così, da sé, vagando anche solo con la mente nella storia della città. Malgrado la pioggia.

Punti di vista

Avete presente la scena del film “L’attimo fuggente” in cui il prof. Keating sale sulla cattedra per ricordare ai suoi studenti che bisogna guardare le cose da angolazioni diverse? Lo stesso vale per una città. “Osate cambiare, cercare nuove strade”: potrebbe essere il motto di qualunque Forestiero che abbia voglia di scoprire Torino, non limitandosi a pascolare il sabato pomeriggio in via Garibaldi. Il Forestiero che voglia cambiare prospettiva sulla città.

Come si fa, si chiederà il nostro Forestiero? La risposta, semplice, l’avremo sollevando lo sguardo verso il cielo limpido di questi giorni: salendo verso l’alto. Del resto, come si dice, per capire le cose bisogna sempre dare un’occhiata all’insieme.

Sono diverse le possibilità per godere di una vista insolita sulla città, osservandola da diverse altezze in base anche al proprio grado di vertigine. Dal momento che la meta principale per un qualunque Forestiero in visita a Torino è, a buon diritto, il centro storico, cominciamo da lì. Il punto panoramico più vicino è proprio su piazza Castello, precisamente in Palazzo Madama. Dopo una visita alle collezioni del museo, spostiamoci verso la torre panoramica che tramite un futuristico ascensore trasparente ci dà la possibilità di accedere all’ultimo piano, dove dai suoi 30 metri di altezza ci permetterà di affacciarci sul centro cittadino, la collina e, nelle belle giornate, le montagne. Se avete poco tempo ma non volete rinunciare a sbirciar fumare i mille comignoli di Torino, Palazzo Madama potrebbe essere una buona soluzione.

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Se invece avete un pomeriggio a disposizione e proprio non sapete come impiegarlo, ci si può spostare su via Po, dietro piazza Castello. Imboccando a sinistra via Montebello, si giunge alla Mole Antonelliana, simbolo della città e nota sede del Museo Nazionale del Cinema. L’imperdibile visita al museo potrà essere completata dalla salita alla cupola a 85 metri di altezza. Al Forestiero che voglia intraprendere l’ascesa si aprono due possibilità, entrambe valide quanto suggestive: la prima è l’uso dell’ascensore, anche lui in cristallo, che in meno di un minuto di traversata lo porterà al punto panoramico per eccellenza della città. La coda, soprattutto nei giorni festivi e nella bella stagione, è lunga ma scorrevole. La seconda è invece la salita a piedi attraverso i gradini presenti nell’intercapedine della grande cupola progettata da Antonelli che rendono la Mole il più alto edificio in muratura mai realizzato (167 metri); in questo caso si tratta di visite accompagnate, e si svolgono sabato, domenica e festivi, mentre l’ascensore è accessibile da martedì a domenica fino alle 20, il sabato fino alle 23.
Rimanendo sempre in centro, si è aggiunta recentemente una nuova opportunità per dare un’occhiata al centro dall’alto: la torre campanaria del duomo. Inaugurato lo scorso autunno, il percorso porta fino alla cella campanaria, che a occhio dovrebbe essere alta più o meno quanto la torre panoramica di Palazzo Madama.
Per i Forestieri più temerari, rimane ancora una tappa obbligata nel tour della Torino dall’alto: la Mongolfiera, un pezzo di belle époque nel cuore di Borgo Dora, vicino al Sermig, che permette di salire alla quota di 150 metri sul livello della città, per uno spettacolo che, mi dicono dalla regia (io mi fermo a Palazzo Madama, grazie), è mozzafiato.
ImmagineInfine, ancora due mete classiche. Rimanendo in zona centrale, non potrà essere dimenticata dal Forestiero una sosta sulla terrazza del Monte dei Cappuccini, che dalla rive droite del Po si affaccia su tutto il centro torinese e la catena alpina che si erge come quinta teatrale, fornendo impagabili scenari per il prossimo scatto instagram.
Non ci rimane a questo punto che allungare la strada, arrivare fino alla basilica di Superga, vero punto dominante su Torino, e perdersi nel panorama che si gode dalle terrazze del piazzale o, ancora meglio, dalla cupola della basilica.
Sarà paradossalmente più facile da queste altezze scoprire quei dettagli che sfuggono a chi rimane solo con i piedi per terra, che siano Forestieri o autoctoni, e che solo cambiando punto di vista diventano subito chiari. Non potremo che esserne Illuminati.

Rondini e merle

C’è aria di novità, in tutti i sensi. E non parlo del mio zelo, considerata la data dell’ultimo post. Parlo della povera merla di questi ultimi giorni di gennaio, rimasta fregata dall’arrivo di una timida rondine che com’è noto però non ci porterà la primavera anticipata, per quanto ce lo voglia far credere.
Parlo anche però dei cambiamenti che stanno interessando (con la velocità di un bradipo in letargo, s’intende) alcune realtà museali di Torino e immediate vicinanze. Partiamo dalle cose negative: le chiusure. La più grave, a mio modesto parere, è quella della Reggia di Venaria Reale; due mesi di chiusura fino al 1 marzo. Evidentemente, il quinto sito museale più visitato d’Italia può permetterselo. Ogni anno così lascia insoddisfatti tutti quei Forestieri che vorrebbero completare la loro visita con la Reggia e si sentono invece dire che due mesi servono per il riallestimento: chissà, forse al museo egizio allora non hanno capito nulla.
L’altro convitato di pietra è Stupinigi. Dopo le aperture a singhiozzo dell’ultimo anno, si è deciso di chiudere a data da destinarsi. Le strategie di marketing turistico e culturale sabaude sono ineffabili ai più.
La notizia positiva è invece l’ingresso ufficiale della Galleria Sabauda all’interno del Polo Reale, il che significa che attualmente con un unico biglietto sarà possibile visitarla insieme al primo piano di Palazzo Reale che già comprende l’Armeria, un ulteriore passo verso l’unione di questi musei che sarà completa entro il 2014. Il tutto per la modica cifra di 10 euro, prezzo forse fin troppo politico, ma per ora va bene così.
Per chi vuole approfittarne, poi, ha riaperto lo scorso martedì anche il secondo piano di Palazzo, il cosiddetto Appartamento dei Principi di Piemonte, cioè dell’erede al trono del Regno di Sardegna e della consorte, che qui risiedevano prima di trasferirsi al primo piano. Le visite si svolgono in gruppo ad orari prestabiliti, il venerdì e il sabato guidati dai volontari.
Tutto questo in attesa delle novità che arriveranno a parte dalla primavera, merle a parte che fanno di questo inverno (culturale) il più cupo mai visto. Se poi è vero che una rondine non fa primavera, bisogna solo aver pazienza e attendere che la bella stagione prima o poi ritorni a Illuminarci.

Torino for free

Venerdì scorso, ponte dei morti, Torino invasa da milioni di Forestieri. Finita la mia giornata a Palazzo Reale -vero refugium peccatorum– mi avvicina una coppia di romani lamentandosi del costo del biglietto. “Otto euro per vedere solo il primo piano? Se a Roma ti fanno pagare un prezzo del genere per vedere così poco te menano!”. Ah, la beata ignoranza che riempie per 10 euro pro capite i cinema d’Italia per la saga di Twilight e poi ti fa fare affermazioni del genere. Ho provato a spiegar loro che quegli otto euro erano ben spesi, ma nulla.
Ho iniziato quindi a pensare: ma se a Torino un povero Forestiero squattrinato (o sedicente tale) volesse godere anche lui delle gioie culturali cittadine, in cerca della sperata Illuminazione? Bene dunque, ecco qualche piccolo suggerimento.
Il nostro Forestiero si aggira col naso per aria in piazza Castello: gli hanno chiesto 7,50 all’Egizio; arrivato a Palazzo Reale ne hanno voluti 8 (più tutto il resto); quei pezzenti della Galleria Sabauda altrettanti. Insomma, dove ti giri ti chiedono soldi. Per fortuna, ci sono tante altre cose da fare proprio restando nei dintorni, e completamente gratuite.
Possiamo intanto portarci sotto i portici della piazza, accanto alla cancellata di Palazzo Reale, sulla destra: scopriremo che da quasi due secoli lì ha sede la Biblioteca Reale, luogo di studio e ricerca per generazioni, che ha però recentemente aperto i battenti al pubblico con una piccola esposizione di oggetti appartenuti alla famiglia reale, alcuni divertenti, altri meno, tutti curiosi, testimoni della ricchezza delle collezioni della Biblioteca, che non possiede solo il famoso Autoritratto di Leonardo, ma anche tante altre cose interessanti. Non è detto che debba piacervi il libretto della prima comunione di Umberto II, però avrete almeno la possibilità di entrare in uno dei luoghi più suggestivi della città (per i bibliofili come il sottoscritto).
Usciti rigenerati nello spirito dalla Biblioteca, potete recarvi in direzione Palazzo Carignano, proprio vicino all’esoso Egizio (e già che ci siete, anche se squattrinati, prendetevi un caffè da Mood, che è proprio lì davanti!). Vi ho fatti arrivare fin lì non per il mega Museo del Risorgimento, pure bellissimo ma che ci costa 10 euro, ma per le altrettanto bellissime sale che si trovano al piano terra lato piazza Carignano, l’appartamento dorato, che nessuno si fila, e che invece riserva sorprese, la prima delle quali è la sua incredibile gratuità. Le visite sono in gruppo ad orari stabiliti, la biglietteria è entrando sulla destra; il percorso porta alla visita delle sale, delle ex cucine negli infernotti e sullo scalone Guariniano.
Queste sono le prime gratuità che mi vengono in mente nel centrissimo di Torino, e lo sono tutti i giorni (chiaro che la domenica la Biblioteca sarà chiusa). Se però capitate da queste parti di martedì, il discorso è decisamente più interessante. Si dà il caso che il primo martedì di ogni mese (a meno che non sia festivo) il Comune regala l’ingresso nei musei civici: Palazzo Madama, MAO, GAM, Borgo Medievale. In quel giorno quindi si ha l’obbligo quasi morale di visitare TUTTI questi musei, risparmiando la discreta somma di 36 euro.
Per i più temerari, per i più curiosi, per chi ha voglia di farsi due passi in più, allora si diriga verso la collina, piazza Gran Madre; sulla sinistra sale una via, via Villa della Regina. Si arriva in cima alla Villa, recentemente restituita alla fruibilità del pubblico dopo decenni di abbandono. Anche qui, la visita è incredibilmente gratuita, ed è imperdibile, quindi forza e coraggio e fatevi ‘sta salita. Lungo il percorso, scoprirete un’altra cosa completamente gratuita: il panorama. La vera Illuminazione che Torino concede a tutti quotidianamente, Forestieri e non.

Il Palazzo Reale di Torino

Tra tutti i musei di Torino, il Palazzo Reale è certamente tra i più negletti dai Forestieri, ma anche curiosamente dagli stessi torinesi, non si capisce se più per pigrizia o per quella damnatio memoriae che, nonostante la sabaudian renaissance degli ultimi vent’anni, ancora avvolge come una cappa la città ma soprattutto il resto della penisola.
Di sicuro, non invoglia a varcare la soglia il complesso sistema di accesso che regola le visite ai diversi appartamenti. Ma, in fondo, il Forestiero Illuminato serve anche e soprattutto a questo, quindi vediamo di capirci.

Difficile non notarlo quando si arriva su piazza castello; eppure c’è ancora chi crede che sia lui, il castello della piazza, ignorando che il castello ce l’ha alle spalle, ed è quello che noi tutti chiamiamo Palazzo Madama (perché è così che si chiama).
Oggi noi definiamo Palazzo Reale l’edificio che si apre su piazzetta reale e limitato dai due torrioni, cui si aggiungono le altre tre maniche che chiudono il quadrato del cortile interno. In realtà, storicamente il Palazzo Reale comprendeva anche la manica oggi detta dell’Armeria Reale (dove si trova anche al piano terra la Biblioteca Reale), proseguendo lungo una sezione di galleria che lo metteva in comunicazione con Palazzo Madama, mentre un’altra galleria girava perpendicolare a questa e lì trovavano posto le Segreterie di Stato, il Teatro Regio, la Zecca, la Cavallerizza, fino ad arrivare a metà circa dell’attuale via Po; tornando in piazza castello, a sinistra del Palazzo si inserisce il Palazzo Chiablese, mentre sui resti del teatro romano sorgeva il cosiddetto Palazzo Vecchio, il primitivo Palazzo di San Giovanni scelto da Emanuele Filiberto come residenza una volta stabilita la capitale a Torino nel 1563. Al suo posto l’architetto Stramucci, alla fine dell’800, eresse la Manica Nuova, parallela a via XX settembre.
Era quindi un complesso che andava dalle Porte Palatine a via Verdi, abbracciando tutto il quadrante nord orientale della città, eretto in tempi e modi diversi, testimone di tutta la storia di Torino.
Ora, negli ultimi anni ha preso corpo l’idea di istituire un percorso museale interno al Palazzo che integri però anche i musei che attualmente fanno (e in futuro faranno) parte di questo complesso: Armeria, Biblioteca, Museo di Antichità e Galleria Sabauda, ricostituendo così in parte l’unità delle collezioni sabaude che Carlo Alberto aveva contribuito a rendere pubbliche. A questi dovrebbe aggiungersi anche il Palazzo Chiablese, ma non ci metterei la mano sul fuoco.
In tutto questo marasma di informazioni, i poveri Forestieri che varcano il portone di piazzetta reale, che possono fare?
Attualmente, i percorsi sono numerosi.
In tutti i giorni di apertura del Palazzo, si potrà visitare in santa pace con visita libera parte degli appartamenti reali del I piano, che comprendono, dalla primavera di quest’anno, anche l’Armeria Reale.
Dopo il giretto, si potrà decidere di visitare anche il II piano, appartamento dei Principi di Piemonte; in questo caso però le visite sono solo accompagnate, ad orario, e non di domenica. Se capitate a Palazzo nel weekend, potrete aggiungere a questi anche il percorso stagionale che prevede le cucine con l’appartamento del piano terra detto di Madama Felicita. E se non ne avete ancora basta, gratuitamente è possibile visitare la mostra “Arnaldo Pomodoro. Il teatro scolpito”. Insomma, ce n’è. E per i più intrepidi, accanto alla biglietteria di Palazzo ve n’è un’altra, quella che permette di visitare la Galleria Sabauda, che attende da anni la definitiva collocazione nella Manica Nuova: per ora, 95 pezzi sceltissimi (da chi?) fanno bella mostra di sé al piano terra della Manica, accesso da via XX settembre.
Ricapitolando:
– I piano Appartamenti reali + Armeria Reale mar-dom visite libere 8.30-18.20, costo 8 euro
– II piano Appartamento Principi di Piemonte mar-sab visite ogni ora 9.30-17.30 (durata 40′ circa), costo 6,50 – fino al 1 dicembre –
– cucine + Appartamento Madama Felicita ven-dom visite ogni mezz’ora 9.45-12.15 e 14.15-17.45 (durata 40′ circa), costo 6,50 – fino al 9 dicembre –
– mostra Arnaldo Pomodoro mar-dom 8.30-18.20, ingresso libero e gratuito – fino al 25 novembre.
Un consiglio: cercate di visitare TUTTO quello che potete, difficilmente troverete un altro museo di questo genere. Secondo consiglio: vi prego, VI PREGO, fate un salto alla Galleria Sabauda, che è desolatamente vuota ma ha così tanto da dire, nonostante l’abbiano fatta a pezzettini.
Finite le visite, fate poi una sosta alla caffetteria del Palazzo, ricavata dall’ex ufficio di frutteria, dove nelle originali credenze sono esposti alcuni simpatici oggetti dalle collezioni: una sosta qui può essere più Illuminante di tante parole.

La città dei miracoli

Torino è davvero la città dei miracoli.
Lo è per esempio quando si cerca parcheggio: hai voglia accendere ceri, ma qualche volta il miracolo avviene, et voilà, una via crucis e un rosario e il posto salta fuori. Un altro miracolo è riuscire a vedere piazza Castello sgombra: tra una sagra della porchetta e un concerta di Emma Marrone (who?) capita il miracolo di avere la piazza libera. Un altro? Se riusciamo ad ottenere il livello “appena sopra i miasmi delle zolfatare” della nostra aria, credetemi, il miracolo c’è stato eccome.
Ci sono poi altri tipi di miracoli, un po’ più canonici. Sfortunatamente non è ancora capitato di avvistare il profilo di Padre Pio su un hamburger del Mc né che un toret si sia messo a lacrimare salsa di soia, ma qualcosa è successo anche da queste parti: non per nulla Torino viene ricordata quale “la città del miracolo”.
Che miracolo? No, non c’entra la Sindone (troppo facile). E non c’entra nulla nemmeno il “miracolo” economico. Protagonisti di questo miracolo sono degli avidi francesi, un mulo assennato, uno zelante vescovo, i torinesi. L’azione si svolge in due tempi, fra Exilles e Torino. Capitò che dei soldati francesi saccheggiarono la cappella del forte di Exilles, in Val di Susa, compresa la pisside, conservata nel tabernacolo, contenente le ostie consacrate. I ladruncoli scesero così verso Torino, entrando da ovest dall’antica Porta Susina. Passarono quindi attraverso la piazza delle erbe, così detta all’epoca per il mercato che vi si svolgeva, nel sito dell’antico foro romano. Non andarono mai oltre la piazza: qui il mulo si piantò e non ne volle più sapere di proseguire la marcia, cosicché, nel tentativo di tirarlo, si rovesciarono le bisacce contenenti la refurtiva, compresa la pisside, che si rovesciò lasciando uscire il contenuto. L’ostia consacrata però non toccò terra, perché, come uscì, si librò a mezz’aria, luminosa, e non ci fu verso di tirarla giù. Naturalmente l’evento non passò inosservato: in breve tempo si raccolse davanti alla chiesetta di San Silvestro, dove era capitato il fatto, una folla di curiosi; accorse anche il vescovo di Torino Ludovico Romagnano, che pregando insieme ai torinesi riuscì a far ridiscendere l’ostia nella pisside.
Tutto questo succedeva il 6 giugno 1453.
Ci vollero però 150 anni prima che la memoria del miracolo trovasse un suo spazio dedicato. Avvenne nei primissimi anni del ‘600, per assolvere a un voto della cittadinanza a seguito della peste che aveva colpito la città qualche anno prima. Fu incaricato del progetto l’architetto Ascanio Vitozzi, già impegnato nella riplasmazione di piazza Castello e del Palazzo Ducale (oggi Reale). Il risultato è un piccolo capolavoro: una chiesa incastrata in uno degli angoli più antichi di Torino, magistrale esempio del barocco che ormai imperversava in lungo e in largo anche da queste parti.

L’altare del 1664, in splendido marmo nero di Frabosa (lo stesso marmo che c’era nella Cappella della Sindone) è opera dell’architetto Lanfranchi, della cui opera si avvalse anche Vittorio Amedeo II all’inizio del suo ducato per la costruzione della manica est di Palazzo Reale. Una lapide sul pavimento indica il punto del miracolo, mentre su un altare è presente Giuseppe Cottolengo, che fu prete del Corpus Domini e che nei suoi pressi iniziò la sua attività assistenziale.
Il Forestiero che si trovi a passare da queste parti abbandoni per un attimo la fretta e si goda questo angolo di Torino, non potrà che rimanerne affascinato. Sollevando il naso dalla cartina, scorgerà inserito nell’angolo di un edificio un enorme piercing che “macchia” di sangue rosso e blu le pareti. Se riuscirete a capirne il significato, anche questo consideratelo un piccolo miracolo. O, se preferite, un’Illuminazione.